A caccia di intuizioni: il Journaling

E’ la parola che usano gli islandesi per definire l’intuito.
Una parola antica che ha un duplice significato: “avere il mare dentro” o “vedere dall’interno verso l’esterno” e Claudio Acace ne approfondisce il senso in questo articolo.  

InnSaei è anche il titolo di un documentario sulla natura stessa dell’intuizione che mi ha segnalato l’amico Sandro Tonello e del quale potete vedere il trailer o la versione completa qui.

Ciò che mi ha colpito del documentario è il fatto che i tanti e autorevoli testimonial intervistati convergono su un punto: per entrare in contatto con il nostro intuito – e cioè con quella parte di noi (non razionale) che ha coscienza diretta e totale delle esperienze che viviamo – dobbiamo saperci disconnettere da ciò che sta fuori di noi, dal nostro fare compulsivo, dalle nostre agende troppo piene, dai nostri impegni che si susseguono all’infinito, fino a quando un evento inaspettato non ci “disconnette” nostro malgrado: quello che gli economisti chiamerebbero il “cigno nero” (un evento imprevedibile che sconvolge i nostri piani, mischia le carte del mazzo, cambia le regole del gioco).

Quando questo accade ci troviamo di colpo in uno “Zero” personale che – nel saggio Tecnologie dell’intuizione descrivo cosi: quel momento nel quale mentre andavi in altalena ti trovavi sospeso e privo di gravità, durava pochissimo ma era speciale perché in quell’istante era come una porta aperta sulla possibilità: non eri più in ciò che era successo prima e nemmeno in ciò che sarebbe accaduto dopo. Eri semplicemente lì…con tutte le possibilità del mondo a tua disposizione. Un immenso foglio di carta bianca sul quale qualsiasi storia avrebbe potuto essere scritta.

Penso che in questo strano momento nel quale ci troviamo “disconnessi” dal Mondo per causa di forza maggiore, possiamo decidere di sperimentare il nostro “Zero” personale e connetterci con il nostro intuito.

Questa epidemia sta senz’altro mischiando le “carte del mazzo”, ci rende forse timorosi, confusi. Ma potrebbe anche aprire una porta dentro di noi. E’ un momento di “calma indotta” nel quale qualcuno di noi potrebbe avere il privilegio di poter chiudere la propria agenda e lasciarsi vivere “come viene” almeno per qualche giorno. Chi può farlo lo faccia. Provando a sperimentare il “non fare”, il semplice stare con sé stesso.
Come quando facciamo il bagno in un fiume, poco profondo, lasciando che sia l’acqua a passare su di noi, restando totalmente immobili e rilassati.

Questi sono momenti non ordinari nei quali si può trovare anche qualcosa di positivo e di utile. Nei quali il nostro intuito produce in noi dei “click”.

Può essere questo un buon momento per porsi domande. Buone domande.
Come quelle che il Prof. Otto Scharmer del MIT propone nel suo esercizio di Journaling (una delle tecniche di cui parlo in Tecnologie dell’intuizione).

Ve lo propongo qui, con l’augurio che questa conversazione con il vostro intuito vi porti davvero qualche sorpresa.

 

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