Archivio dell'autore: enrico giraudi

Workshop di Costellazioni Familiari

Le Costellazioni Familiari, divulgate da più di vent’anni da Bert Hellinger, fanno parte degli strumenti di crescita personale oggi a nostra disposizione nell’ambito delle pratiche esperienziali di Mindfullness.

A cosa servono?
Molti di noi applicano inconsapevolmente nella propria vita (in famiglia, nella coppia, nel lavoro) dei modelli di comportamento (spesso “limitanti”) che sono il prodotto della nostra storia personale. Durante il lavoro di rappresentazione sistemica (“costellazione”) di un tema, di un problema o di una situazione, questi modelli si rendono espliciti e visibili e potendoli riconoscere possiamo anche iniziare trasformarli.

Il lavoro costellativo è dunque un lavoro di chiarificazione: ciò che prima era una sensazione confusa dentro di noi, prende vita e si manifesta in maniera tridimensionale (nella forma di una “rappresentazione”) perché se ne possano comprendere gli aspetti chiave. E la comprensione consapevole porta sempre verso una trasformazione utile al nostro percorso di crescita.

Il workshop è aperto a tutti: sia a chi già conosce le Costellazioni sia a chi ne vorrebbe semplicemente sapere di più.

Sabato 17 Marzo, dalle 9.30 alle 13.00.
c/o Associazione Culturale Teatro Sotto Il Lucernario
Via Privata F.lli Vivarini 3, Milano .

Per informazioni e iscrizioni:
Enrico Giraudi
enrico.giraudi@gmail.com
http://www.enricogiraudi.net

 

 

 

 

 

 

“Connessioni” autentiche

Per un team cross-funzionale di circa cinquanta persone, riunitosi in occasione del lancio di un nuovo prodotto farmaceutico, mi è stato chiesto di facilitare una sessione sul tema della “connessione” e della “relazione”. E insieme al cliente abbiamo deciso di lavorare in maniera esperienziale e creativa utilizzando la plastilina colorata: il “pensare con le mani”. Perché?
Perché esprimere qualcosa di noi attraverso un’attività creativa e simbolica ci consente di raccontarci all’altro in maniera più spontanea e naturale. La mente si fa da parte e ci permette di arrenderci a ciò che siamo, di lasciarci esprimere anche quelle qualità che potremmo ritenere meno utili o funzionali ad un contesto lavorativo. La connessione più vera e profonda tra gli individui inizia proprio da quì: dal lasciarci sfuggire – come per distrazione – qualcosa di noi che rivela una piccola verità e talvolta una umana vulnerabilità. E come insegna Brené Brown nel suo famoso speech The Power of Vulnerability è proprio questo uno dei segreti per costruire relazioni forti e durature sia a livello individuale che di gruppo.

Ecco una breve narrazione dell’attività e dell’esperienza che abbiamo condiviso.

Sedersi uno di fronte all’altro, dopo essersi casualmente ma spontaneamente scelti. Decidere la giusta distanza tra le proprie sedie, quella che fa sentire vicini mantenendosi a proprio agio. E poi chiudere gli occhi per cominciare a scolpire con le proprie mani un’immagine di Sé. Nel silenzio, senza fretta, prendendosi – per una volta – tutto il tempo di cui si ha bisogno. Aspettando che siano le proprie mani a cominciare il lavoro e non la propria testa a dare le istruzioni. E, solo quando le proprie mani si sentono soddisfatte, riaprire gli occhi offrendo all’osservazione reciproca le “forme” che sono state create. Ascoltare e ricevere in silenzio ciò che la propria “opera” racconta alla persona di fronte a sé. Scoprendo cose che lui o lei vede e che a noi stessi erano forse sfuggite. Sentendosi visti attraverso proprie qualità, che talvolta sul lavoro si tengono nascoste. Accorgersi di quanta cura, rispetto ed attenzione ci sia nelle parole dell’altro, nel dosarle per essere sicuro o sicura di non farci male. Accorgersi di cosa significhi ascoltare senza intervenire, ricevere senza giudicare, accogliere ciò che l’altro ha da offrire facendolo sentire pienamente accolto.

Un “grazie” a tutti i partecipanti per avermi permesso di guidarli in questa esperienza.

“Connessioni” autentiche

Per un team cross-funzionale di circa cinquanta persone, riunitosi in occasione del lancio di un nuovo prodotto farmaceutico, mi è stato chiesto di facilitare una sessione sul tema della “connessione” e della “relazione”. E insieme al cliente abbiamo deciso di lavorare in maniera esperienziale e creativa utilizzando la plastilina colorata: il “pensare con le mani”. Perché?
Perché esprimere qualcosa di noi attraverso un’attività creativa e simbolica ci consente di raccontarci all’altro in maniera più spontanea e naturale. La mente si fa da parte e ci permette di arrenderci a ciò che siamo, di lasciarci esprimere anche quelle qualità che potremmo ritenere meno utili o funzionali ad un contesto lavorativo. La connessione più vera e profonda tra gli individui inizia proprio da quì: dal lasciarci sfuggire – come per distrazione – qualcosa di noi che rivela una piccola verità e talvolta una umana vulnerabilità. E come insegna Brené Brown nel suo famoso speech The Power of Vulnerability è proprio questo uno dei segreti per costruire relazioni forti e durature sia a livello individuale che di gruppo.

Ecco una breve narrazione dell’attività e dell’esperienza che abbiamo condiviso.

Sedersi uno di fronte all’altro, dopo essersi casualmente ma spontaneamente scelti. Decidere la giusta distanza tra le proprie sedie, quella che fa sentire vicini mantenendosi a proprio agio. E poi chiudere gli occhi per cominciare a scolpire con le proprie mani un’immagine di Sé. Nel silenzio, senza fretta, prendendosi – per una volta – tutto il tempo di cui si ha bisogno. Aspettando che siano le proprie mani a cominciare il lavoro e non la propria testa a dare le istruzioni. E, solo quando le proprie mani si sentono soddisfatte, riaprire gli occhi offrendo all’osservazione reciproca le “forme” che sono state create. Ascoltare e ricevere in silenzio ciò che la propria “opera” racconta alla persona di fronte a sé. Scoprendo cose che lui o lei vede e che a noi stessi erano forse sfuggite. Sentendosi visti attraverso proprie qualità, che talvolta sul lavoro si tengono nascoste. Accorgersi di quanta cura, rispetto ed attenzione ci sia nelle parole dell’altro, nel dosarle per essere sicuro o sicura di non farci male. Accorgersi di cosa significhi ascoltare senza intervenire, ricevere senza giudicare, accogliere ciò che l’altro ha da offrire facendolo sentire pienamente accolto.

Un “grazie” a tutti i partecipanti per avermi permesso di guidarli in questa esperienza.

La “zona” poetica

Ognuno di noi ne ha bisogno.
Tanto quanto ha bisogno di aria, acqua e cibo.
La sua mancanza produce alienazione,
quel senso del “vivere in automatico” che ci fa sentire vuoti.
La “zona” poetica è una tua attività, un tuo momento, un tuo luogo speciale,
nel quale ti riesce naturale cogliere la “sensazione sentita” della tua vita.
E non sei esattamente Tu a provare quella “sensazione”,
ma una parte di Te che esercita uno sguardo più ampio e più profondo sulle cose.
E che talvolta ti dà delle indicazioni, le migliori che puoi ricevere.
E’ importante averla una “zona poetica”, è importante tornarci spesso,
perché solo lì siamo effettivamente “svegli”.

Back to the Fireplace!

C’era una volta l’impresa, che nasceva da un Sogno.
C’erano una volta uomini e donne che costruivano con le loro mani una bottega,
che sarebbe poi diventata l’azienda di famiglia.
C’erano una volta le idee che facevano crescere intere economie.
C’erano una volta i semi, che in seguito avrebbero dato dei frutti.
Poi arrivò il “business”, che poco aveva a che fare con l’impresa perché non aveva sogni
ma solo aspettative e pretese.
Arrivò anche il primato del risultato che legittimò il compromesso.
E arrivarono anche il marketing e la retorica pubblicitaria che offrirono efficaci scorciatoie
per realizzare gli obiettivi e farlo in fretta.
E hanno funzionato così bene che abbiamo smesso di inventare perché era troppo costoso, lento e faticoso. Abbiamo così permesso alla furbizia di prendere il posto del talento, alle competenze di prendere il posto dell’ispirazione, ai processi ed alle sovrastrutture di prendere il posto dei contenuti, alle apparenze di prendere il posto della sostanza, della verità e dell’autenticità. Abbiamo così industrializzato la creatività perdendoci per strada l’intuizione e l’innovazioneCominciando a creare business, organizzazioni e marche in maniera artificiale, dunque povere di anima e di intento. Come pensare di cogliere frutti per l’eternità senza mai piantare nuovi semi. Ed oggi leggiamo i primi segnali di un crescente scollamento tra business, marche e società. Una sempre maggiore perdita di aderenza della comunicazione sulla vita reale della gente.

Back to the Fireplace è un ciclo di workshop esperienziali, dedicato a chi desidera riprogettarsi (come Gruppo di Lavoro, come Organizzazione, come Marca) ripartendo da una vocazione originaria, da un intento, da una storia, da tutto ciò che autenticamente può essere definito il “seme” del progetto aziendale. Qualcosa che conferisca rinnovata energia, motivazione e “senso” a tutti coloro che ne sono coinvolti (dentro e fuori l’organizzazione).

Si chiama “Back To The Fireplace” perché credo che ognuno di noi, ogni organizzazione, azienda o marca, possieda un luogo, uno “spazio interiore”, nel quale esiste un fuoco, una forza propulsiva. Un’energia che accende la motivazione, che guida verso un intento, che ispira un progetto, che rende una marca ispirante. Che fa di un progetto di business qualcosa per cui vale la pena lavorare. Perché ha qualcosa da dire, perché ha qualcosa da dare. Perché rende il lavoro fertile e nutriente.

Un luogo piacevole in cui stare e ritornare. Proprio come il “fireplace”, il fuoco intorno al quale si riuniscono le popolazione tribali. E mi piace pensare ad una marca, non più come all’ immagine di un progetto, ma come il suo seme.

Quando una marca viene pensata come il seme di un progetto, invece che come la sua immagine, non è più un’entità concettuale ma diventa un “oggetto tridimensionale” che si può toccare, che si manifesta in comportamenti. La marca non è più solo una delle leve del marketing mix, ma il marketing mix o il business model nella sua interezza, diventa la manifestazione di una vocazione.

E il modo in cui questa interagisce con il suo pubblico o con i suoi stakeholders, è attraverso un “sistema di esperienze”, che essendo manifestazione di un intento originario, è in grado di produrre “senso”.

Se vuoi approfondire:  Back to the Fireplace

 

Via da Matrix: messaggi in bottiglia aspettando il nuovo anno.

(11×33)
Il “pensiero pirata”.

Il periodo tra Natale e Capodanno è sempre stato, per me, come un periodo di “bonaccia” per un marinaio. Come uno di quei giorni di acque calme senza vento che a Gallipoli si interpongono tra il vento di tramontana e quello di scirocco. E’ un momento nel quale riesce naturale dare un’ occhiata all’anno che finisce ed una all’anno che comincia.
A cavallo tra ciò che è già stato e ciò che ancora non è, c’è una finestra di “possibilità”: quella di permettere che un tuo spontaneo “pensiero pirata” prenda forza e si innesti dentro di te.
Un pensiero “pirata” perché non regolamentato dalla tua autorità interna o dal tuo senso del dovere, ma figlio solo del tuo “senso della felicità”. Un pensiero “pirata” perché crede alla ricerca del suo tesoro, non si lascia corrompere dal cinismo e non si lascia fermare da niente e da nessuno. Una convinzione anche piccola, ma che una volta innestata dentro, qualche frutto lo porta sempre. Fai un pensiero “pirata”. Proprio ora. E poi passa del tempo con lui.