Archivio dell'autore: enrico giraudi

Ogni tanto dobbiamo “girare la telecamera”

Come ben raccontato e sottolineato dal Prof. Otto Scharmer del MIT, quando gli astronauti diretti sulla Luna orientarono la telecamera verso la Terra, l’umanità (per la prima volta nella storia) ebbe l’occasione di osservare sé stessa. E si dice che la coscienza ecologica cominciò a diffondersi come valore di massa anche grazie a questo momento di auto-osservazione e consapevolezza.

Anche i sistemi organizzativi – per evolversi – hanno bisogno di “girare la telecamera” ed auto-osservarsi. Ovvero osservare una rappresentazione di sé, della propria struttura organizzativa, dei propri valori, del proprio presente e del proprio potenziale futuro.

Costruendo metafore e rappresentazioni del sistema, tutti lo possono osservare sia in forma statica che dinamica: le rappresentazioni sistemiche, il mapping 4D, il presencing theatre, il Lego Serious Play sono tutti metodi molto efficaci che consentono di elevarsi al di sopra del proprio sistema organizzativo per averne una visione, non solo “totale”, ma anche “sentimentale”.

Includere il “sentimento”, la sensazione sentita (il “felt sense”) di un sistema tra le informazioni che possiamo utilizzare per averne una migliore comprensione, fa la differenza. Perché prima ancora che una soluzione possa essere concepita in forma esplicita ne esiste – sul piano intuitivo – una sensazione implicita: cogliere quest’ultima ci consente di riconoscere e catturare una direzione di sviluppo realmente innovativa (che non replica convinzioni od opinioni già esistenti), una soluzione effettivamente laterale che ci porta fuori dalle convinzioni limitanti o dai pregiudizi che talvolta limitano la crescita ed il benessere di un’organizzazione o di un gruppo.

La cosa straordinaria è osservare con quale velocità e lucidità i partecipanti ad una sessione di rappresentazione simbolica della propria organizzazione, ne colgano con precisione i fattori limitanti e attivanti. Cambiando il proprio punto di vista da interno ad esterno, spostando il proprio punto di osservazione dal centro alla periferia del sistema (come ci insegna Otto Scharmer) riescono a focalizzare collettivamente il focus del cambiamento evolutivo.

Ringrazio di cuore il management e lo staff di Havas Life Italia che mi hanno permesso di accompagnarli in una sessione di rappresentazione sistemica della propria organizzazione, andando alla scoperta delle attitudini e delle risorse strategiche per realizzare il miglior futuro dell’organizzazione.

Il tempo perso

Per ritrovarsi bisogna tornare al “tempo perso”.
Quello di quando uscivi da scuola alle 12,30 e tornavi a casa a mangiare.
Quello di quando la TV iniziava alle cinque del pomeriggio.
Quello di quando non c’era la tecnologia, i videogiochi, le app nello smartphone.
Quando potevi giocare ai Lego liberamente, senza costruire per forza quello che ti dicono loro.
Il tempo perso ti riallinea con quello che sei e ci trovi i semi di ciò che puoi diventare.
Perché sei libero di essere.
Perché non vi è nulla che devi realizzare, né obiettivo da raggiungere, né aspettativa altrui a cui rispondere.
Nel tempo perso c’è la tua poesia, il tuo desiderio, la tua fantasia, la tua immaginazione.
Il “tempo perso” non è  “tempo sprecato” ma tempo prezioso per innovare, rinnovare, evolversi come individui o come “gruppi”.

Make it meaningful

Claims. Pay-off. Credo. Mission statements. Mantra aziendali.
E’ naturale che l’enciclopedia aziendale sia ricca di frasi suggestive create con l’intenzione di motivare o più spesso di sintetizzare il senso di ciò che si sta facendo o lo scopo di un progetto o di un team di lavoro.
A questi “mantra” però spesso manca un’anima.
Li osserviamo sulle pareti della reception, li leggiamo nella brochure aziendale o sul company website o li sentiamo pronunciare agli staff meeting o alle riunioni importanti.
Ma non lasciano il segno dentro di noi e malgrado siano concepiti con la migliore delle intenzioni, vengono sovente presi ad esempio come l’evidenza di una comunicazione interna che scivola verso la retorica, perdendo la connessione vera con le persone.
Ma l’anima la possono recuperare.
E’ sufficiente rimetterli al centro di un processo di riflessione costruito intorno ad una domanda semplice: Cosa significa per me…il mantra aziendale? Mi è mai successo di sperimentarlo nella mia vita? Qual è la storia ? Come mi sono sentito? Raccontiamoci queste storie, condividiamole e scopriamo cosa significa tutto questo per Noi e per il nostro team.
Calare un concetto aziendale all’interno della propria biografia – se fatto in maniera riservata, protetta e consapevole – ne rivitalizza il senso ed il significato, lo riporta in vita e gli restituisce la sua funzione originaria: ricordare a tutti una direzione o un valore condiviso capace di orientare e motivare giorno per giorno.

In fondo si tratta di un’operazione poetica…e più visito le organizzazioni più mi convinco che gli “spazi poetici” possono essere anche in azienda una grande risorsa.

Ringrazio la LR Health & Beauty per avermi permesso di creare uno di questi “spazi poetici” insieme ai loro top sellers italiani.

“Connessioni” autentiche

Per un team cross-funzionale di circa cinquanta persone, riunitosi in occasione del lancio di un nuovo prodotto farmaceutico, mi è stato chiesto di facilitare una sessione sul tema della “connessione” e della “relazione”. E insieme al cliente abbiamo deciso di lavorare in maniera esperienziale e creativa utilizzando la plastilina colorata: il “pensare con le mani”. Perché?
Perché esprimere qualcosa di noi attraverso un’attività creativa e simbolica ci consente di raccontarci all’altro in maniera più spontanea e naturale. La mente si fa da parte e ci permette di arrenderci a ciò che siamo, di lasciarci esprimere anche quelle qualità che potremmo ritenere meno utili o funzionali ad un contesto lavorativo. La connessione più vera e profonda tra gli individui inizia proprio da quì: dal lasciarci sfuggire – come per distrazione – qualcosa di noi che rivela una piccola verità e talvolta una umana vulnerabilità. E come insegna Brené Brown nel suo famoso speech The Power of Vulnerability è proprio questo uno dei segreti per costruire relazioni forti e durature sia a livello individuale che di gruppo.

Ecco una breve narrazione dell’attività e dell’esperienza che abbiamo condiviso.

Sedersi uno di fronte all’altro, dopo essersi casualmente ma spontaneamente scelti. Decidere la giusta distanza tra le proprie sedie, quella che fa sentire vicini mantenendosi a proprio agio. E poi chiudere gli occhi per cominciare a scolpire con le proprie mani un’immagine di Sé. Nel silenzio, senza fretta, prendendosi – per una volta – tutto il tempo di cui si ha bisogno. Aspettando che siano le proprie mani a cominciare il lavoro e non la propria testa a dare le istruzioni. E, solo quando le proprie mani si sentono soddisfatte, riaprire gli occhi offrendo all’osservazione reciproca le “forme” che sono state create. Ascoltare e ricevere in silenzio ciò che la propria “opera” racconta alla persona di fronte a sé. Scoprendo cose che lui o lei vede e che a noi stessi erano forse sfuggite. Sentendosi visti attraverso proprie qualità, che talvolta sul lavoro si tengono nascoste. Accorgersi di quanta cura, rispetto ed attenzione ci sia nelle parole dell’altro, nel dosarle per essere sicuro o sicura di non farci male. Accorgersi di cosa significhi ascoltare senza intervenire, ricevere senza giudicare, accogliere ciò che l’altro ha da offrire facendolo sentire pienamente accolto.

Un “grazie” a tutti i partecipanti per avermi permesso di guidarli in questa esperienza.

“Connessioni” autentiche

Per un team cross-funzionale di circa cinquanta persone, riunitosi in occasione del lancio di un nuovo prodotto farmaceutico, mi è stato chiesto di facilitare una sessione sul tema della “connessione” e della “relazione”. E insieme al cliente abbiamo deciso di lavorare in maniera esperienziale e creativa utilizzando la plastilina colorata: il “pensare con le mani”. Perché?
Perché esprimere qualcosa di noi attraverso un’attività creativa e simbolica ci consente di raccontarci all’altro in maniera più spontanea e naturale. La mente si fa da parte e ci permette di arrenderci a ciò che siamo, di lasciarci esprimere anche quelle qualità che potremmo ritenere meno utili o funzionali ad un contesto lavorativo. La connessione più vera e profonda tra gli individui inizia proprio da quì: dal lasciarci sfuggire – come per distrazione – qualcosa di noi che rivela una piccola verità e talvolta una umana vulnerabilità. E come insegna Brené Brown nel suo famoso speech The Power of Vulnerability è proprio questo uno dei segreti per costruire relazioni forti e durature sia a livello individuale che di gruppo.

Ecco una breve narrazione dell’attività e dell’esperienza che abbiamo condiviso.

Sedersi uno di fronte all’altro, dopo essersi casualmente ma spontaneamente scelti. Decidere la giusta distanza tra le proprie sedie, quella che fa sentire vicini mantenendosi a proprio agio. E poi chiudere gli occhi per cominciare a scolpire con le proprie mani un’immagine di Sé. Nel silenzio, senza fretta, prendendosi – per una volta – tutto il tempo di cui si ha bisogno. Aspettando che siano le proprie mani a cominciare il lavoro e non la propria testa a dare le istruzioni. E, solo quando le proprie mani si sentono soddisfatte, riaprire gli occhi offrendo all’osservazione reciproca le “forme” che sono state create. Ascoltare e ricevere in silenzio ciò che la propria “opera” racconta alla persona di fronte a sé. Scoprendo cose che lui o lei vede e che a noi stessi erano forse sfuggite. Sentendosi visti attraverso proprie qualità, che talvolta sul lavoro si tengono nascoste. Accorgersi di quanta cura, rispetto ed attenzione ci sia nelle parole dell’altro, nel dosarle per essere sicuro o sicura di non farci male. Accorgersi di cosa significhi ascoltare senza intervenire, ricevere senza giudicare, accogliere ciò che l’altro ha da offrire facendolo sentire pienamente accolto.

Un “grazie” a tutti i partecipanti per avermi permesso di guidarli in questa esperienza.

La “zona” poetica

Ognuno di noi ne ha bisogno.
Tanto quanto ha bisogno di aria, acqua e cibo.
La sua mancanza produce alienazione,
quel senso del “vivere in automatico” che ci fa sentire vuoti.
La “zona” poetica è una tua attività, un tuo momento, un tuo luogo speciale,
nel quale ti riesce naturale cogliere la “sensazione sentita” della tua vita.
E non sei esattamente Tu a provare quella “sensazione”,
ma una parte di Te che esercita uno sguardo più ampio e più profondo sulle cose.
E che talvolta ti dà delle indicazioni, le migliori che puoi ricevere.
E’ importante averla una “zona poetica”, è importante tornarci spesso,
perché solo lì siamo effettivamente “svegli”.

Back to the Fireplace!

C’era una volta l’impresa, che nasceva da un Sogno.
C’erano una volta uomini e donne che costruivano con le loro mani una bottega,
che sarebbe poi diventata l’azienda di famiglia.
C’erano una volta le idee che facevano crescere intere economie.
C’erano una volta i semi, che in seguito avrebbero dato dei frutti.
Poi arrivò il “business”, che poco aveva a che fare con l’impresa perché non aveva sogni
ma solo aspettative e pretese.
Arrivò anche il primato del risultato che legittimò il compromesso.
E arrivarono anche il marketing e la retorica pubblicitaria che offrirono efficaci scorciatoie
per realizzare gli obiettivi e farlo in fretta.
E hanno funzionato così bene che abbiamo smesso di inventare perché era troppo costoso, lento e faticoso. Abbiamo così permesso alla furbizia di prendere il posto del talento, alle competenze di prendere il posto dell’ispirazione, ai processi ed alle sovrastrutture di prendere il posto dei contenuti, alle apparenze di prendere il posto della sostanza, della verità e dell’autenticità. Abbiamo così industrializzato la creatività perdendoci per strada l’intuizione e l’innovazioneCominciando a creare business, organizzazioni e marche in maniera artificiale, dunque povere di anima e di intento. Come pensare di cogliere frutti per l’eternità senza mai piantare nuovi semi. Ed oggi leggiamo i primi segnali di un crescente scollamento tra business, marche e società. Una sempre maggiore perdita di aderenza della comunicazione sulla vita reale della gente.

Back to the Fireplace è un ciclo di workshop esperienziali, dedicato a chi desidera riprogettarsi (come Gruppo di Lavoro, come Organizzazione, come Marca) ripartendo da una vocazione originaria, da un intento, da una storia, da tutto ciò che autenticamente può essere definito il “seme” del progetto aziendale. Qualcosa che conferisca rinnovata energia, motivazione e “senso” a tutti coloro che ne sono coinvolti (dentro e fuori l’organizzazione).

Si chiama “Back To The Fireplace” perché credo che ognuno di noi, ogni organizzazione, azienda o marca, possieda un luogo, uno “spazio interiore”, nel quale esiste un fuoco, una forza propulsiva. Un’energia che accende la motivazione, che guida verso un intento, che ispira un progetto, che rende una marca ispirante. Che fa di un progetto di business qualcosa per cui vale la pena lavorare. Perché ha qualcosa da dire, perché ha qualcosa da dare. Perché rende il lavoro fertile e nutriente.

Un luogo piacevole in cui stare e ritornare. Proprio come il “fireplace”, il fuoco intorno al quale si riuniscono le popolazione tribali. E mi piace pensare ad una marca, non più come all’ immagine di un progetto, ma come il suo seme.

Quando una marca viene pensata come il seme di un progetto, invece che come la sua immagine, non è più un’entità concettuale ma diventa un “oggetto tridimensionale” che si può toccare, che si manifesta in comportamenti. La marca non è più solo una delle leve del marketing mix, ma il marketing mix o il business model nella sua interezza, diventa la manifestazione di una vocazione.

E il modo in cui questa interagisce con il suo pubblico o con i suoi stakeholders, è attraverso un “sistema di esperienze”, che essendo manifestazione di un intento originario, è in grado di produrre “senso”.

Se vuoi approfondire:  Back to the Fireplace