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La “zona” poetica

Ognuno di noi ne ha bisogno.
Tanto quanto ha bisogno di aria, acqua e cibo.
La sua mancanza produce alienazione,
quel senso del “vivere in automatico” che ci fa sentire vuoti.
La “zona” poetica è una tua attività, un tuo momento, un tuo luogo speciale,
nel quale ti riesce naturale cogliere la “sensazione sentita” della tua vita.
E non sei esattamente Tu a provare quella “sensazione”,
ma una parte di Te che esercita uno sguardo più ampio e più profondo sulle cose.
E che talvolta ti dà delle indicazioni, le migliori che puoi ricevere.
E’ importante averla una “zona poetica”, è importante tornarci spesso,
perché solo lì siamo effettivamente “svegli”.

Back to the Fireplace!

C’era una volta l’impresa, che nasceva da un Sogno.
C’erano una volta uomini e donne che costruivano con le loro mani una bottega,
che sarebbe poi diventata l’azienda di famiglia.
C’erano una volta le idee che facevano crescere intere economie.
C’erano una volta i semi, che in seguito avrebbero dato dei frutti.
Poi arrivò il “business”, che poco aveva a che fare con l’impresa perché non aveva sogni
ma solo aspettative e pretese.
Arrivò anche il primato del risultato che legittimò il compromesso.
E arrivarono anche il marketing e la retorica pubblicitaria che offrirono efficaci scorciatoie
per realizzare gli obiettivi e farlo in fretta.
E hanno funzionato così bene che abbiamo smesso di inventare perché era troppo costoso, lento e faticoso. Abbiamo così permesso alla furbizia di prendere il posto del talento, alle competenze di prendere il posto dell’ispirazione, ai processi ed alle sovrastrutture di prendere il posto dei contenuti, alle apparenze di prendere il posto della sostanza, della verità e dell’autenticità. Abbiamo così industrializzato la creatività perdendoci per strada l’intuizione e l’innovazioneCominciando a creare business, organizzazioni e marche in maniera artificiale, dunque povere di anima e di intento. Come pensare di cogliere frutti per l’eternità senza mai piantare nuovi semi. Ed oggi leggiamo i primi segnali di un crescente scollamento tra business, marche e società. Una sempre maggiore perdita di aderenza della comunicazione sulla vita reale della gente.

Back to the Fireplace è un ciclo di workshop esperienziali, dedicato a chi desidera riprogettarsi (come Gruppo di Lavoro, come Organizzazione, come Marca) ripartendo da una vocazione originaria, da un intento, da una storia, da tutto ciò che autenticamente può essere definito il “seme” del progetto aziendale. Qualcosa che conferisca rinnovata energia, motivazione e “senso” a tutti coloro che ne sono coinvolti (dentro e fuori l’organizzazione).

Si chiama “Back To The Fireplace” perché credo che ognuno di noi, ogni organizzazione, azienda o marca, possieda un luogo, uno “spazio interiore”, nel quale esiste un fuoco, una forza propulsiva. Un’energia che accende la motivazione, che guida verso un intento, che ispira un progetto, che rende una marca ispirante. Che fa di un progetto di business qualcosa per cui vale la pena lavorare. Perché ha qualcosa da dire, perché ha qualcosa da dare. Perché rende il lavoro fertile e nutriente.

Un luogo piacevole in cui stare e ritornare. Proprio come il “fireplace”, il fuoco intorno al quale si riuniscono le popolazione tribali. E mi piace pensare ad una marca, non più come all’ immagine di un progetto, ma come il suo seme.

Quando una marca viene pensata come il seme di un progetto, invece che come la sua immagine, non è più un’entità concettuale ma diventa un “oggetto tridimensionale” che si può toccare, che si manifesta in comportamenti. La marca non è più solo una delle leve del marketing mix, ma il marketing mix o il business model nella sua interezza, diventa la manifestazione di una vocazione.

E il modo in cui questa interagisce con il suo pubblico o con i suoi stakeholders, è attraverso un “sistema di esperienze”, che essendo manifestazione di un intento originario, è in grado di produrre “senso”.

Se vuoi approfondire:  Back to the Fireplace

 

Via da Matrix: messaggi in bottiglia aspettando il nuovo anno.

(1×33)
Il codice binario che abbiamo dentro.

Siamo fatti di “Uno”. E siamo fatti di “Zeri”.
Siamo il nostro “Uno” quando pensiamo, progettiamo, costruiamo. Quando conquistiamo il nostro posto nel mondo. Siamo il nostro “Zero” quando semplicemente “stiamo”, divaghiamo, ascoltiamo e ci ascoltiamo. Quando creiamo, ci annoiamo in un tardo pomeriggio di Inverno, ci lasciamo stupire o cogliere alla sprovvista, quando stiamo lì – senza uno scopo – o aspettiamo in silenzio la fine di un tramonto.
Nel nostro “Zero” è custodita la nostra verità.
Nel nostro “Uno” la forza di realizzarla.
Né solo “Uno”, né solo “Zero”.
Da soli, una trappola.
Insieme, libertà.